cinema horror indipendente
6 ott

Abbiamo già avuto modo di apprezzare tra queste pagine il regista romano Davide Melini con il corto “The Puzzle“. Con alle spalle un certo numero di lavori e di importanti collaborazioni (“La Terza Madre” di Dario Argento, giusto per citarne una), eccolo tornare su IndieHorror con un’intervista che ci rivela interessanti retroscena ed anticipazioni sui futuri lavori del giovane regista.
1. Davide, partirei dalle origini. Da dove nasce la tua passione per la regia?
Ho avuto modo di frequentare i set cinematografici fin da piccolo e devo dire che è un mondo che mi ha sempre affascinato. All’etá di 21 anni decisi di scrivere la mia prima sceneggiatura (‘Le Pareti del Subconscio’) e per farlo ho avuto bisogno di apprendere e studiare molte cose. Quando scrivo una storia, mi immedesimo talmente tanto in essa che la vedo interamente per immagini. Agli inizi, la cosa che mi risultò più difficile fu quella di mettere in pratica ciò che pensavo.
2. Parlando di fonti di ispirazione, dimmi 3 film horror che preferisci, di getto.
‘Psycho’ di Alfred Hitchcock, ‘Jaws’ di Steven Spielberg e ‘Halloween’ di John Carpenter.
3. Hai una certa cultura anche in fatto di cortometraggi, sia di “grandi” che di esordienti?
Certamente. Sono interessato a tutto quello che riguarda il mondo del cinema e devo dire che ci sono molte persone nel mondo del cortometraggio che non hanno niente da invidiare a chi esercita questa professione.
4. Dov’è nato ‘The Puzzle’?
Ad Aprile dovevo presentare il progetto di un film al Ministero dei Beni Culturali di Roma e, dato che la mia ultima opera realizzata risaliva a due anni prima (‘La Sceneggiatura’), ho sentito la necessità di fare qualcosa di più recente. Decisi così di girare un nuovo cortometraggio: cominciai a scrivere vari soggetti, ma finivo sempre per non essere soddisfatto. Quando scrivo qualcosa sforzandomi, non riesco mai a concludere niente di buono! Deluso e con il morale a terra, decisi di prendere una pausa. E fu proprio durante questo break che mi venne l’idea: trovato, casualmente, una scatola di un puzzle, cominciai a fissarmi sull’immagine raffigurata e cominciai ad immaginare, immaginare ed immaginare. Purtroppo non so spiegare il motivo per cui, ogni volta che immagino, le storie che escono vanno sempre sul nero…
5. Ci daresti dei dettagli tecnici ? Quante telecamere hai usato? Di che tipo e che ‘effetti’ hai usato ? (elaborazioni al computer, montaggio particolare, cose così).
Preparai due “shooting list”: una per la troupe e l’altra per il montatore, visto che avevamo tutta la post-produzione sul set. La prima “shooting list” era la classica, cioè inquadratura per inquadratura, mentre nella seconda c’era scritto come il film doveva essere montato. Utilizzammo una telecamera HD con due schede di memoria, in modo tale che quando la prima scheda era piena, veniva subito data al montatore, che la scaricava nel suo computer. Così, mentre la troupe continuava a girare con la seconda scheda, il montatore (Biktor Kero) poteva cominciare il suo lavoro, limitandosi a seguire la sua personale “shooting list”. Riuscimmo, in tal modo, a girare tutto il cortometraggio in una sola notte e in quattro lingue differenti. Il montaggio durò tre giorni: la cosa più difficile era ricostruire il puzzle in 3D, ma Biktor si è dimostrato davvero superlativo.
6. Si rumoreggia che ‘The Puzzle’ sia la prima parte di una trilogia… Sarà ‘The Puzzle 2′ la tua prossima opera?
Vedremo con il tempo. Posso confermare che, pur avendo già scritto una bozza per il secondo capitolo di ‘The Puzzle’, sicuramente non sarà il mio prossimo lavoro.
7. Per ora in Italia questo cortometraggio ha avuto un buonissimo successo, marcato anche dal fatto che sei arrivato per cinque volte alle finali dei festival. In Spagna che ne pensano?
Direi che anche qui sta andando piuttosto bene: proprio ieri, infatti, mi è stato comunicato che il corto è stato selezionato per la finale di uno dei festival horror più importanti di Málaga, chiamato “Fancine”.
8. E’ inevitabile parlare dell’esperienza de ‘La Terza Madre’…
Una buona esperienza senza dubbio: Argento è l’unico italiano che ancora riesce a fare film horror. Ricordo la scena dove un uomo sale sul tetto di un’automobile e comincia a colpirla violentemente con una mazza. Mentre stavamo girando, un turista mi si avvicinò e, guardando la scena allibito, mi domandò con un filo di voce: “Why?”. Fu molto comico vedere la sua espressione scandalizzata.
9. Se avessi a disposizione tanto budget e un cast stellare, che film ne verrebbe fuori?
Non lo so, perché ancora non ho avuto questa occasione, però ritengo che tutto il lavoro che c’è in un film vero debba esserci anche in un piccolo cortometraggio. Quindi posso rispondere con certezza assoluta che, in un modo o nell’altro, il mio impegno sarà quello di dare il massimo.
10. Da dove verrà il futuro dell’horror secondo te ? Il cinema orientale si è già esaurito?
Il cinema orientale ha cose buone ed altre meno buone. La cosa fondamentale, però, è che lì non chiudono la porta ad un film solo perché è horror. Penso che per quanto ci riguarda, il discorso è molto più complesso ed è sempre più difficile riuscire a trovare finanziamenti per questo tipo di film. Io comunque sono ottimista e non perderò mai la speranza…
11 Responses for "Intervista a DAVIDE MELINI"
da notare come “Halloween” sia un “must” per quasi ogni regista
[...] Davide Melini, giovanissimo regista italiano già approdato nei lidi di IndieHorror con il cortometraggio The Puzzle, sta per cominciare il lavoro di pre-produzione per il suo nuovo lavoro intitolato The sweet hand of the White Rose, La dolce mano della Rosa Bianca nella traduzione italiana. Dopo aver visto il talento del regista col precedente lavoro, non possiamo far altro che aspettarci una ulteriore evoluzione. [...]
Questo corto si dovrebbe chiamare “La faccia di bronzo”. Idea originale? Andatevi a guardare da dove gli è giunta l’ispirazione. La cosa bella è che è riuscito (ed in questo, senza dubbio, l’esperienza de “La terza madre” è stata fondante) a peggiorare l’originale.
http://www.youtube.com/watch?v=iRKgd2cQhhs
Credevo fosse impossibile, in un decennio di cinema, che qualcosa riuscisse a farmi rimpiangere Il cartaio ovvero, per dirla alla Roland Barthes, il grado zero della cinematografia italiana. Con questo corto (mai troppo corto), Melini ci è riuscito. Il mio gatto – più cinefilo del regista – ha avuto una crisi narcolettica per l’invereconda intensità della suspence.
Fatemi sapere quando uscirà il seguito. Ho sempre desiderato visitare la Nuova Zelanda.
Cordialmente vostro,
Massimo Frezza
(critico cinematografico professionista)
Egregio Massimo Frezza,
rileggendo dopo un anno e passa la mia recensione devo fare alcune riflessioni :
1. ignoravo l’esistenza del corto che mi suggerisce e , pare, sia davvero il vero ispiratore di ‘the puzzle’.
2. forse ho usato dei toni eccessivamente esaltanti per qualcosa che, a dire la verità, mi lasciò abbastanza impassibile; di contro, però, in quel periodo visionai molti corti amatoriali e, al paragone, questo risaltava proprio tanto per la qualità delle immagini, almeno.
3. a me dario argento fa senso, almeno negli ultimi 20 anni non mi pare abbia tirato fuori un solo film vagamente sufficiente, altro che maestro. (non c’entra niente, ma volevo sottolinearlo)
4. è pur sempre un lavoro amatoriale.
5. devo ammettere, però, anche nel darle ragione su molti punti, che mi trovo in difficoltà nel capire cosa sia un critico cinematografico professionista, come lei si firma. nel mio dizionario è colui che un film come ‘il cartaio’ non va a vederlo…
Sottolineo che non mi va di creare nessuna lite ne discussione incivile pero’ voglio esprimere la mia. Dispiace vedere un critico cinematografico professionista come tu stesso sottolinei sfograsi così contro un regista per via di un corto. Foss eun film vero e proprio lo posso capire. Ma un critico non dovrebbe guardare tutti gli aspetti di un film? O ci si limita solo alla storia? No perchè se è così ho qualcosa da aggiungere. Se Melini è stato ispirato come dici al corto di Moro quest’ultimo da dove è stato ispirato? A parte il fatto che c’è un film vero e proprio dove si narra di questa storia ma egregio sig. Frezza tu che sei un critico dovresti sapere che invece di sparare la prima cosa che viene in mente sarebbe bene essere a conoscienza delle cose no? Questo per non fare poi brutte figure! Ebbene se ti dico che esiste un cortometraggio di 2 anii precedente a quello di Moro che mi rispondii? Non ci credi, vero? Ebbene eccolo qua e datatto 1999:
http://www.youtube.com/watch?v=fCHswzUrWt4
Allora ora come la mettiamo sig. Moro? A mio avviso si deve giudicare il film in sè per tutto. Storiia, atmosfera, regia ecc. A me il corto di Melini è piaciuto molto e non mi pare proprio che sia amtoriale. Come non lo sono neanche gli altri due. Ognuno scelga quello che preferisca ma abbatersi così contro qualcuno mi pare davvero eccessivo. Allora perchè non riservare lo stesso trattamento per il corto di Moro?
Grazie a tutti
ManoloP.
Ma dai non lo sapevo! Addirittura del 99! E ci vogliono far passare Moro da agnellino? MA PER FAVORE!!!!!!!!!!
@Ivano: ciò che più mi urta, è il fatto che Melini neghi qualsiasi influenza precedente. Ma ci ha preso tutti per beoti? Tecnicamente parlando, “L’intreccio” è senza dubbio superiore. Narrativamente parlando, la scena aggiunta in The Puzzle è proprio quella ridondante. Anyway, caro Ivano, il professionista è proprio colui che deve andare a vedere tutto.
@Manolo: grazie per la dritta! Non ero a conoscenza di Jigsaw che, in realtà, sembra essere del 2000 ma poco cambia.
Per quanto riguarda il resto, io non mi accanisco. Semplicemente, combatto l’attitudine, tipicamente italiana, di beatificare un regista/autore/attore senza verificare le fonti.
Grazie ad entrambi!
Noto con piacere che “il cortometraggio” non sia mai morto, sebbene nessuno ci si sia mai arricchito, abbiamo sempre sperato, e continuiamo farlo, in una vetrina, una sorta di investimento per prodotti di lunga durata.
Mi rammarico del fatto che invece non ci si renda conto della scarsa qualità estetica (inquadrature/fotografia), sebbene il “look” visivo ci circondi a 360°, dai quadri ai videoclip, dalla videoarte al cinema di massa, e non ci si rende conto neanche, della scarsa struttura sceneggiaturiale, ho visto 2 corti dove la risoluzione finale è bruciata completamente.
Abbiamo sicuramente tutti da impare da questo mestiere, la pellicola sta svanendo lasciando il passo al digitale, le inquadrature cambiano e le storie migliorano sempre di più… è sempre più difficile essere originali. Ho letto con piacere le vostre critiche e mi sembrano tutte incentrate su chi ha avuto l’idea per primo e più bella, piuttosto che sulla relizzazione. (si chiama sceneggiatura derivata) Io personalmente non ho mai nascosto la provenienza dell’idea del mio corto… anzi… non conoscevo jig saw ne tantomento the puzzle… posso dire però che non mi sono piaciuti… ma dico anche che Incastro abbia una parte centrale leggermente troppo lunga.
Vi ringrazio molto per avermi fatto involontariamente o volontariamente pubblicità.
A presto con i prossimi lavori.
gabriele moro
Analiziamo dunque i corti. Partiamo dalla questione “Narrativa”: il GIALLO (o THRILLER come si voglia chiamare) ha delle regole precise e che bisogna assolutamente rispettare, senza fare i furbi. Nel caso di “The puzzle” di Davide Melini il cerchio si apre e si chiude. Mi spiego meglio: si parte con una telefonata dove il figlio ricatta la madre. Mentre quest’ultima sta parlando si vede una foto della coppia e quindi ci viene presentato l’altro personaggio (che poi sia il figlio, il marito o altra identità non ci interessa). Dunque i due personaggi principali ci vengono presentati. È proprio grazie a quel dettaglio apparentemente superfluo che possiamo riconoscere il giovane dietro alla tenda che spara. Il film ha un suo principio e una sua logica fine. “Stuck” di Gabriele Moro ci mostra, invece solo un personaggio: la signora, che compone il puzzle. Chi è dunque la figura riflessa nel puzzle? Un vagabondo, Satana, anche qui il figlio, il marito o chi? Questa è una pecca grave per ogni giallista. E se si volesse considerarlo come cortometraggio del terrore? Anche in questo caso, avrei da obiettare… reputo infatti che non sia assolutamente all’altezza di essre considerato come tale (al contrario di “Jigsaw” di Roar Tollefsen, che si presenta più come horror puro)! Questo per via della “TECNICA”. Signori, a me pare fin troppo evidente che un corto è in perfetto stile 2000 (The puzzle) e l’altro in perfetto stile 1970 (Stuck). Andiamo nel dettaglio, volete? Cominciamo proprio dal corto di Moro, che è senz’altro meno impegnativo: i piani sono abbastanza semplici e quando la telecamera si muove si vede chiaramente il tremolio dell’operatore (infatti sicuramente sono state girate a mano, come si faceva tipicamente negli anni 70). La luce è pressochè inesistente e risulta molto piatta. Buono il montaggio, ma le musiche non le ho trovate davvero adatte al contesto. Quella sintonia visiva-sonora che trovo invece nel corto di Melini, dove il passo è dettato dalla telecamera. Si passa da una ambiente illuminato alla sola luce di una candela, che riflette (come da classico film de terrore) il viso dell’attrice. Il montaggio infine è veramente ottimo. Inoltre nei due corti, l’attrice si alza e va a prepararsi un the, ma mentre Mellini usa questa scena per fare un bellissimo piano sequenza cucina-salotto (vi dico che è proprio questa la parte che mi ha colpito maggiormente) per soffermarsi sulla tenda aperta, lasciando presagire un senso di minaccia e pericolo, Gabriele Moro usa questa scena per allungare il tempo, senza però arricchire, né tantomeno aggiungere nulla al corto (scena che infatti si potrebbe benissimo eliminare senza modificare il senso del film).
Ritengo dunque il corto di Mellini nettamente superiore quello di Moro. The puzzle non fa paura? Per favore siamo seri (e qui parlo per entrambi i corti in questione): possono un video di 5 e di 7 minuti, visti sulla splendida cornice, qual è youtube far paura? Certo che no, altrimenti non parleremmo di Mellini e Moro, ma di Hitchcock e di Argento!
AMEN!!! Anke a me L’intreccio mi pare il più moscio. Jigsaw e Puzzle hanno sicuramente qualcosa in più.
Ma scherziamo? Ma come si fa a dire che l’Intreccio è tecnicamente superiore a The puzzle? Qui si parla di attitudine, tipicamente italiana, di beatificare un regista/autore/attore senza verificare le fonti. Parole sante! Ma se poi la persona che lancia quest’accusa dimostra di non conoscere i fatti che cosa stiamo parlando a fare? Ci sono 3 corto di cui la storia è + o – la stessa e dal mio punto di vista, e non sono il solo come vedo, l’intreccio è proprio il + amatoriale! Va bene voler aiutare gli amici ma qui si rischiano gaffe clamorose
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