venerdì, set 03, 2010
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DELIVER US FROM EVIL di Ole Bornedal

DeliverUsfrom evil

Ole Bornedal reso noto al grande pubblico grazie a Nightwatch, remake della sua prima pellicola (Nattevagte, ’94), torna alla carica grazie ad un film profondamente disturbato che promette forti emozioni. In effetti, Deliver Us From Evil, questo è il suo titolo, è una saga famigliare allucinata e spaventosamente intrigante che ha sconvolto più di un festivaliero in giro per il mondo.
Il titolo scelto da Bornedal, citazione biblica con retrogusto da predicatore invasato, permette allo spettatore di farsi una prima idea di quello che lo aspetterà durante l’ora e mezzo che lo condurrà nei meandri della collera umana, alla fonte dell’odio, in una sorta di discesa negli inferi che non troverà tregua. Inoltriamoci quindi tra le stradine di questo idilliaco paesino danese.

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Alla ricerca di un nuovo stile di vita, Johannes e sua moglie Pernille lasciano la città per traslocare con i loro due bambini nel villaggio natale di Johannes (uno sperduto paesino danese dove gli svaghi si riducono a un bar malfamato e all’annuale festa campestre). Quando il fratello ubriaco di quest’ultimo, Lars, investe accidentalmente Anna con il suo camion, sceglie la strada piú facile e sfuggire alle proprie responsabilità, scappando con la speranza di non lasciare tracce. La parte più perversa del piano è che Lars decide di incolpare dell’incidente Alain, il rifugiato bosniaco arrivato da poco nel piccolo villaggio. Anna, la vittima, non era un’abitante qualunque, era una donna molto importante nella piccola comunità, una estremamente credente e moglie del sindaco. Johannes, non convinto della colpevolezza di Alain, si scaglia in sua difesa e la sua presa di posizione non sarà senza conseguenze. Il villaggio mostrerà ben presto il peggio di se: vendetta, odio e xenofobia diventeranno il loro motto… la vita di Johannes e della sua famiglia si trasformerà in un incubo senza fine.

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Con uno sguardo critico nei confronti dei miti religiosi e cinematografici statunitensi, Ole Bornedal dipinge uno squarcio del lato oscuro degli esseri umani, avvalendosi di personaggi in preda ad una xenofobia raramente vista al cinema, vittime della loro stessa ignoranza e chiusura mentale. Il regista danese ci propone di avventurarci in un viaggio spietato verso la distruzione di quei valori tanto cari alla società americana, valori che spesso nascondono una forte dose d’ipocrisia e credulità naif. Deliver Us from Evil è un thriller sociale crudo e senza regole che ricorda capolavori di quella che è comunemente chiamata la nuova Hollywood (“New Hollywood”). Non a caso il film di Bornedal si basa per molti aspetti su Straw Dogs di Sam Peakinpah del ’71. Nei due casi la violenza è trattata in modo frontale, senza filtri, come se nulla potesse impedire la furia umana, la messa in atto di un piano diabolico dove i valori sono totalmente stravolti e l’odio e la violenza regnano sovrani. Bornedal e Peakinpah seguono passo dopo passo la discesa agli inferi di una coppia apparentemente banale, felice nelle proprie certezze borghesi, realizzata nella sana e ordinata routine famigliare … ma è davvero tutto cosi perfetto e intoccabile? Deliver Us From Evil ci dimostra il contrario, ci mostra l’impossibilita di proteggersi dal male, dall’ignoranza, dalla violenza. Il pericolo è dietro l’angolo e forse, come vuole dimostrarlo Bornedal, è dentro ognuno di noi … dovremmo forse temere noi stessi, la nostra metà oscura? La risposta è lasciata allo spettatore che, inchiodato alla poltrona, assiste inerme allo sgretolarsi di questa famiglia cosi perfetta, cosi rassicurante.

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Bornedal afferma di essere stufo dei discorsi stupidi e irrealistici sull’immigrazione in Europa e il suo film è una risposta a quest’ipocrisia dilagante. Il regista danese ambisce a creare un’allegoria sull’odio verso i popoli stranieri, sulla paura del “diverso” e sulla rabbia scaturita da questo timore. Sempre secondo Bornedal, questi sentimenti negativi nascono quando le persone non comunicano; la mancata comunicazione crea tabu e false credenze che a loro volta si trasformano in odio e chiusura mentale. Deliver Us From Evil mostra le conseguenze estreme di questo ripiegarsi su se stessi, cercando di proteggere il proprio piccolo benessere costi quel che costi. Johannes e Pernille vivranno giustamente l’inferno a causa delle loro prese di posizione tolleranti e liberali e gli abitanti del piccolo villaggio cercheranno di punire questo loro atteggiamento obbligandoli (con metodi alquanto brutali e sanguinari) a tornare da dove sono venuti. Memorabile la scena nella quale Johannes per proteggere la propria famigli inchioda (con un spara chiodi) letteralmente alla porta la mano di uno degli aggressori. I personaggi di Deliver Us From Evil sono spaventosi nella loro implacabile sete di vendetta, fermi nelle loro convinzioni e incapaci di cambiare il loro punto di vista sulla realtà. Lo spettatore non conosce quasi niente del loro back ground e quello che sono nel presente (crudeli, spietati) non può essere riconducibile a un trauma passato, sono come sono perché lo vogliono e questa costatazione è incredibilmente difficile da accettare.

Boredal riesce a creare un film, dove la tensione non smette di crescere, si percepisce il pericolo ma non si può dargli un viso fino alla fine. Il regista dipinge un’apparente tranquillità che si trasforma poco a poco in un incubo. Qualcosa di terribile sta mettendo le radici tra gli abitanti ma quali saranno le conseguenze di questo parto mostruoso? Stupenda la fotografia di Dan Lastset (Silent Hill) che, grazie a un’azzeccatissima sovraesposizione della pellicola, riesce a creare un’atmosfera perfettamente in sintonia con i personaggi.

Insomma, un piccolo gioiello di cinismo e ambiguità … un dolcetto avvelenato da gustare fino all’ultima briciola.

Danimarca, Svezia, 2009
Regia: Ole Bornedal
Attori: Lasse Rimmer, Lene Nystrom, Jes Andersen, Pernille Valentin, Bojan Navojec, Mogens Pedersen, Kurt Ravn, Sonja Richter
Sceneggiatura: Ole Bornedal
Fotografia: Dan Lastset


6 Comments

  1. Splendido film, glaciale e conturbante: una delle rare parabole non ipocrite sulla xenofobia

  2. …daccordissimo! si passa la prima metà del film a chiedrsi ma dove vuole arrivare…nel frattempo quel ragno del regista sta tessendo la tela per ingabbiare lo spettatore e far scattare tutte le “trappole” caricate nel primo tempo!
    Decisamente figo!
    Qualcuno l’ha trovato out-theme io non sono daccordo l’horror si può esplicare in molti modi..più plateali e più sottili!
    Degna di nota la scena con la sparachiodi!
    Giulio l’ho comprataaaa! ;)

  3. Come sapete a me non ha colpito particolarmente, e non perchè non fosse propriamente horror (su questo Paolo hai ragione, “horror” ha millemila sfumature e comunque spesso se il film meno è esplicito e più cresce l’inquietudine…se il regista ci sa fare ;) ) ma perchè l’ho trovato lento e in questo modo le emozioni mi sono arrivate annacquate. Ma saranno deformazioni rock, ho bisogno di ritmi incalzanti e montagne russe ;) .
    Resta il fatto che è tecnicamente molto curato, bella la fotografia e bello il “colpo di scena” finale :)

  4. Paolo dice: “Qualcuno l’ha trovato out-theme…”, io lo ribadisco tutt’ora, certo, è un film che fa “orrore” ma non è un film dell’orrore, anche “American History X” tratta, in maniera diversa dello stesso tema, ma non per questo si tratta di “film horror”.
    Trovo comunque che sia un bel film, d’impatto, che colpisce per significato e per immagini ma ci sono parti troppo allungate che distolgono l’attenzione dal cruciale dramma.

  5. Concordo sul fatto che non sia un film horror (penso non fosse minimamente nelle intenzioni del regista, anche se in realtà sta circolando in questo circuito…) ma sia un film che descrive l’orrore quotidiano: quello della mancanza di fiducia per chi ti siede accanto.
    Sul ritmo concordo con Valentina, possiede un incedere lento, tuttavia penso fosse l’unico modo per mostrare l’insidiarsi del dubbio fino alla parabola drammatica finale.

    P.S. Paolo attento a non utilizzare lo sparachiodi mentre vaghi per le strade — sonnambulo!!

  6. …si è vero che non è un horror ma sai con le varie e tante contaminazioni che ha un film, di questi tempi, i confini tra i generi si assottigliano.
    Vero anche che sta girando in qst circuito (horror) e che è stato presentato al R.N.F.F. quindi penso che il regista non si sia offeso se lo hanno annoverato tra i film di quel genere…
    Eh! Sul ritmo…
    Ragazzi essere a tempo non significa necessariamente essere veloci e il ritmo voluto dal regista è quello giusto per caricare lo spettatore di tensione (come una molla).
    Concordo con Giulio, era l’unico modo per “mostrare l’insidiarsi del dubbio.

    p.s. giulio se leggi sul giornale di un sonnambulo che colpisce la gente con una sparachiodi…pensamiiiii!!!

 

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